Come evitare di finire come il vecchio parrucchiere che guarda fuori tutto il giorno in attesa di clienti

Un anziano parrucchiere attende la pensione guardando dalla vetrina, rassegnato e sconsolato, i clienti che, ormai, non vanno più da lui. E inizia il suo racconto in cui spiega gli errori che ha commesso e che lo hanno portato alla situazione attuale. Un grande insegnamento per i titolari di saloni di acconciature più giovani.

Ieri camminavo verso la scuola di mia figlia per andarla a prendere alle 16, quando passo davanti ad un vecchio salone da barbiere, di quelli degli anni ’50 (e quando parlo di anni ’50 non intendo metaforicamente, ma trattasi PROPRIO dello stesso arredamento di 60 e più anni fa!).

Il barbiere era affacciato alla vetrina, sconsolato ma non disperato. Apatico, oserei dire.

Quest’uomo, poi scoprirò, ha 64 anni, ma la vita lo ha provato così tanto da fargliene dimostrare almeno 10 in più. Una serie di vicissitudini, personali, familiari e anche di salute hanno fatto sì che egli non possa andare in pensione prima dei prossimi 3 anni.

In realtà, questo signore passa le sue giornate dividendole equamente tra:

  • la lettura dei giornali;
  • la pulizia del locale;
  • un paio di “ripulite” a vecchi clienti, anziani più di lui;
  • le chiacchiere con due o tre amici che passano a trovarlo dopo aver terminato il loro giro di commissioni da pensionati.

Cosa posso fare, se non aspettare?” mi ha detto, stamattina, quando con un misto di curiosità, sfacciataggine e deformazione professionale, mi sono fermata a parlargli.

Ho 64 anni, ma la pensione non me la danno. I clienti sono pochi, ma non posso prendermela con nessuno! Chi ci viene, in un negozio come il mio? Giusto i miei clienti storici, che però ogni mese che passa sono sempre meno perché… l’età è quella che è…

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Non ha mai pensato di rinnovare il locale, quando ancora era più giovane e in forze? Gli ho chiesto.

Certo! Un sacco di volte! Ma lei, signora, è giovane, non si offenda se le dico che non può capire. Fino a 10 anni fa si lavorava bene! Avevo abbastanza clienti per mantenere la famiglia, gli studi di mio figlio… certo, ogni tanto pensavo che avrei dovuto migliorarmi, frequentare dei corsi di aggiornamento, magari assumere un parrucchiere più giovane da formare, per attirare i clienti più giovani… ma poi subentrava la paura…

Di quale paura parla? Gli ho chiesto.

La paura di fare il passo più lungo della gamba! Sa, io sono un lavoratore autonomo, ma la mia mentalità è quella di un dipendente. Un dipendente con la partita IVA. Sono un artigiano, amo il mio lavoro. Non ho mai voluto fare di più, avevo paura di fallire, di trovarmi in situazioni troppo grandi, di correre rischi eccessivi. Meglio stare nel piccolo, ho sempre pensato. Meglio mettere da parte un po’ di soldini, che non si sa mai. E quindi il locale è rimasto lo stesso, i clienti pure…“.

Almeno, però, ora avrà un gruzzoletto che le garantisce un po’ di serenità, dico io.

Magari, signorina, magari!” Mi dice lui sconsolato e, per la prima volta, senza quel sorriso bonario da nonnino da telefilm. E aggiunge “un giorno scopro di aver dimenticato di pagare dei contributi e delle tasse. Non in malafede… non sapevo, non capivo, il commercialista era un amico di famiglia, ormai in pensione. 27.000 euro di sanzioni. Una botta tremenda! Ma non è finita qui. Mio figlio, che si era sposato e a cui avevo dato altri 30.000 euro per l’anticipo del mutuo e i lavori, è rimasto senza lavoro. Rischia di perdere la casa… ” qui si ferma, l’anziano parrucchiere, e gli occhi gli diventano lucidi, ma poi prosegue: “devo aiutarlo, se no la banca si porta via la casa. Almeno 500 euro al mese glieli devo dare, altrimenti, povero figlio… mi ha anche reso nonno, che devo fare?“.

Consolo l’anziano parrucchiere, gli sorrido, gli dico qualche parola di conforto. Però si fida, si sfoga. Sembra quasi che attendesse da tempo di potersi sfogare con qualcuno.

vecchio salone da parrucchiere

Sa cosa penso, signora? Che ho sbagliato tanto nel mio lavoro. Ho avuto paura di costruire qualcosa di importante, di rischiare, di crescere. Pensavo di essere in una botte di ferro. Mi bastava guadagnare il giusto, pagare le spese, 15 giorni di vacanze a Rimini ad Agosto, e mettere da parte qualcosa, per pensare di vivere serenamente e arrivare alla pensione con tranquillità. Ma sbagliavo! Eccome se sbagliavo! Non si può pensare che le cose vadano sempre bene. Non ci si può accontentare di qualche centinaia di euro in più rispetto ad uno stipendio da dipendente. No. Bisogna rinnovarsi. Bisogna crescere. Bisogna aggiornarsi. Bisogna rischiare. Bisogna anche ingrandirsi, coltivarsi i clienti. Perché se i clienti invecchiano insieme a te è un problema, sa? All’inizio non te ne accorgi, ma è un errore grave! I giovani non ci vanno da un parrucchiere anziano!

Nella mia mente prendono forma un sacco di pensieri, mentre ascolto la storia dell’anziano parrucchiere. Mi vengono in mente i discorsi di tutti quelli che la pensano, ancor oggi, come la pensava questo signore anni fa.

Poi, ricomincia a raccontare: “Oggi l’ho capito. Oggi vedo questi parrucchieri e queste parrucchiere più giovani, ma già oltre i 40 anni, che lavorano da soli, che non si innovano. Hanno la stessa mentalità che avevo io. Solo che io vivevo in una realtà diversa! C’era lavoro, c’era ricchezza. Tutti stavano bene. Oggi no, oggi c’è crisi, oggi c’è una concorrenza folle. Come possono pensare, questi colleghi, di stare in piedi allo stesso modo, tra 10 anni? Da una parrucchiera di 50 anni le ragazzine non ci vanno! E le signore anziane poi invecchiano… spendono meno. Mi spiace dirlo, ma oggi ci sono troppi saloni di parrucchieri e parrucchiere che tra qualche anno non ci saranno più. E cosa ne sarà dei titolari di quei saloni? Come manderanno avanti la famiglia? Come aiuteranno i figli? Ci devono pensare, a queste cose! Dovranno lavorare fino a 70 anni! E i loro figli probabilmente dovranno andare all’estero a trovare lavoro. Vorrei davvero aiutarli, dir loro di cambiare fin quando sono ancora in tempo, altrimenti faranno una fine peggiore della mia!“.

A quel punto, lo fermo, e gli spiego chi sono e cosa faccio nella vita.

Lui un po’ capisce, un po’ no. Ha sentito parlare di internet, di Facebook, ma la sua conoscenza del mondo moderno si ferma lì. Ha visto dei video su Facebook, di ragazzi giovani che vogliono spiegare come si fa “il marketing”, o di personaggi stravaganti, con occhiali improbabili (parole sue, eh) e accenti da personaggi delle serie tv, che parlano un linguaggio impossibile da capire per chi non è pratico delle nuove tecnologie. “Ma sono affidabili, queste persone? Non lo so, lo chiedo a lei che è del settore…“.

Io gli dico quelle cose che pubblicamente non posso dire, svelandogli chi si nasconde dietro questi “esperti”, e lui è scandalizzato, mi dice: “Ma come fanno? Come fanno a promettere certe cose, se non hanno mai lavorato in questo settore? Cosa ne sanno di un parrucchiere di periferia e della sua clientela? Cosa c’entra Instagram con il mio lavoro? Signora, lei è una brava persona, me lo dica!“.

E io gli spiego che, per come sono fatta io, non ci dormirei la notte al pensiero di fregare la buona fede di persone come lui, che potrebbe essere mio padre. E gli spiego che prima di un corso guardo da dove vengono le persone, chi dalla Sicilia, chi dalla Sardegna, chi dal Veneto, e sento addosso un’enorme responsabilità, che mi spinge a non mentire, ad essere schietta, scomoda, pratica, senza prendere in giro nessuno.

E lui mi abbraccia. “Scusi signora. Ma lei è brava, davvero. Mi dica dove posso comprare il suo libro. Me lo leggerò con attenzione, anche se non potrò mettere in pratica nessuna delle sue strategie… sono anziano… devo solo far passare questi 3 anni scarsi… Però grazie, davvero!“.

Ma no, la ringrazio io, gli dico. Grazie a lei, alla sua storia, potrò spiegare meglio di quanto faccio di solito ai suoi collegi più giovani, che non devono accontentarsi, che devono crescere, che devono pensare da imprenditori, che non possono dire: “sto nel piccolo, con i prezzi bassi, mi basta così“, perché tra qualche anno, come ha detto anche lei, almeno la metà dei saloni scomparirà…

Domani gli porterò il mio libro. Glielo porterò di persona e glielo autograferò. E lo ringrazierò ancora perché la sua storia, commuovente ma anche tanto educativa, forse aiuterà qualche altro titolare di salone di evitare di trovarsi, tra qualche anno, a passare il tempo a guardare la vetrina i potenziali clienti che tireranno dritto e andranno a farsi tagliare i capelli in un salone organizzato, specializzato, di tendenza.

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